From a
common
past

Sguardi contemporanei sulle zone d’ombra del passato

Introduzione

La storia dell’Europa è caratterizzata da una successione di contraddizioni, conquiste, espansioni, disuguaglianze e conflitti, ma anche da una straordinaria ricchezza multiculturale e multilinguistica, che diventa sempre più percettibile anche grazie ai flussi migratori di persone in cerca di rifugio, in fuga dagli orrori dei loro Paesi, così simili, a volte, a quelli che noi stiamo piano piano serenamente dimenticando.

In un momento storico così delicato, contraddistinto da uno scenario di crisi e scetticismo, nel quale l’Europa ha compreso più che mai la necessità di fare fronte comune per risolvere l’emergenza sanitaria, ma anche sociale ed economica in corso, è necessario non dimenticare ma anzi riflettere sul passato comune che ha accomunato i Paesi che compongono l’Unione, bagaglio culturale ed emotivo di tutti i suoi cittadini.

“La presenza attraverso le generazioni di traumi antichi o recenti relativi alle guerre ha un’incidenza che pesa nella vita e nelle relazioni, non solo tra i popoli confinanti ma anche all’interno delle società. Per cui riprenderli, rielaborarli e archiviarli, alleggerisce questo peso, che altrimenti si tramanda di generazione in generazione”.
Sono queste le parole dello psicanalista Paolo Fonda, pronunciate in un’intervista del 2015, che spiegano la fondamentale importanza della rielaborazione collettiva di un vissuto traumatico, utile a “neutralizzarne” l’impatto negativo, altrimenti destinato a perpetrarsi.

Per la sua “capacità di sondare i luoghi dove non arriva la razionalità, e tirare fuori i contenuti inconsci”, è proprio l’arte, secondo Fonda, a costituire uno degli strumenti più idonei a illuminare gli angoli bui dei bagagli traumatici che l’umanità porta con sé, trasformandoli in una narrazione condivisa e in un insegnamento.

Molte delle opere che animano l’esposizione collettiva From a common past sono frutto di vissuti personali e famigliari connessi agli eventi drammatici che, specialmente nell’Europa del XX° e XXI° secolo, hanno sconvolto le sorti di intere popolazioni: regimi totalitari (con le derive che essi hanno comportato, quali antisemitismo, antiziganismo, xenofobia), rivoluzioni, Shoah e olocausti, e la violenza con cui i cittadini di alcune parti del mondo, ancora oggi, sono costretti a convivere quotidianamente.

Con i lavori in mostra, 10 artisti internazionali hanno individuato e rielaborato le “zone d’ombra” che questi avvenimenti continuano a proiettare sulla contemporaneità, nodi invisibili e mai sciolti che agiscono – a un livello inconscio – anche sulle nuove generazioni.
Se alcuni degli artisti presenti sono stati toccati in maniera diretta da questi accadimenti, altri hanno fatto della tematica dei conflitti e del modo in cui questi vengono narrati e ricordati – tramite rituali e memoriali – il fulcro della loro ricerca.

Il percorso della mostra procede allargando via via il suo panorama geografico e di significati: se la prima parte, con le opere di Lesya Pchelka e Vasilisa Palanina, Manca Bajec, Katarzyna Pagowska e Sylvia Griffin il protagonista è l’olocausto ebraico, nella seconda sala, con i lavori di Marcela Avellaneda, Jason File, Mircea Ciutu e Boris Beja, la visione si estende, arrivando a comprendere altri olocausti e la narrazione di spaccati di vita di Nazioni in cui le ferite causate dalle scelte politiche sono aperte, o non ancora rimarginate.

Forte, in questo secondo gruppo di opere, è inoltre l’immagine della nuda terra e delle sepolture nelle fosse comuni, private di ogni sacralità. Il terreno, tormentato e violato con i mozziconi di sigaretta, è l’unico orizzonte che ci è dato osservare in una delle opere di Ciutu, che evoca le violenze perpetrate in Romania sotto il governo di Ceaușescu; la fragile installazione di Avellaneda racconta invece la realtà brutale delle fosse comuni colombiane, mentre la serie di lavori di File fa riferimento alle sepolture di massa nella ex Jugoslavia.

Sempre sottesi in From a common past sono i temi universali della vita e della morte. A chiudere la mostra, non a caso, è infatti l’installazione “mobile” di Boris Beja, con la sua rappresentazione archetipica della danza: riflessione sull’eterno fluire del tempo, veicola un messaggio di speranza e di fiducia che, nell’incessante incedere della storia, la memoria del passato possa essere mantenuta sempre in vita.

A essere rappresentato nella mostra online è inoltre il lavoro dell’artista israeliano Dan Allon, che con le sue performance – nelle quali impersona, per giorni e giorni, il personaggio immaginario di un dittatore – riflette sul pericoloso potere dei leader carismatici di influenzare le masse, sui regimi totalitari e sui sistemi di repressione politica.

La mostra fa parte del progetto ArtForRemembrance cofinanziato dal programma dell’Unione Europea “Europa per i cittadini”

Opere in mostra

Sull’olocausto

Sylvia Griffin

1958 / Sydney / Australia

NO, NO, NO

video / 2016

Ispirato dalla scoperta di un memoriale dell’olocausto nel cimitero ebraico di Kozma Street, nella periferia di Budapest, questo video è il risultato di un’estesa ricerca dell’artista sui suoi familiari che sono stati vittime del genocidio.
“No, no, no” sono le parole di rifiuto da lei tante volte ricevute nel corso del frustrante lavoro di recupero nei documenti d’archivio dei nomi dei suoi parenti – i cui nomi sono scritti in tanti modi differenti – nel tentativo di ricostruirne la storia.
Nel video, la mano dell’artista scrive ogni variazione del nome di sua madre, così come riscontrato nelle sue ricerche, per poi cancellarlo, in un’azione ripetuta che simboleggia la rimozione dalla memoria e la perdita dell’identità individuale di cui sono vittime, per una seconda volta, coloro che hanno perso la vita con l’olocausto.

Sylvia Griffin

1958 / Sydney / Australia

MATERNAL PALIMPSEST 2

video, 4’35’’ / 2018

In quest’opera video, Sylvia Griffin si ispira alle sue visite al Memoriale dell’Olocausto a Budapest, in Ungheria. L’artista scrive i nomi delle sue parenti di sesso femminile uccise durante la Seconda guerra mondiale, o che sono morte da allora, per poi cancellarli con un gesto simbolico, macchiandosi la mano e annerendo la superficie in marmo. Ciò che resta è un palinsesto di nomi che rappresentano la sua storia familiare da parte materna.

Katarzyna Pagowska

1977 / Wyszków / Polonia

Black triangle

Installazione con vetro su parete nera e speaker / 2017

Il triangolo nero era un distintivo utilizzato nei campi di concentramento nazisti per contrassegnare categorie specifiche di prigionieri, che includevano donne di sessualità “depravata”, donne che hanno praticato l’aborto, persone con dipendenze e disabilità, poveri (senzatetto e mendicanti) e, fino al 1942, i rom.

Il martirio di altri gruppi di vittime naziste è stato riconosciuto e commemorato dal governo polacco con cerimonie, memoriali e monumenti monolitici. Al contrario, le vittime che venivano contraddistinte con il triangolo nero non sono mai state ufficialmente riconosciute fino a questa data, per diversi motivi politici e religiosi. Il ricordo del loro martirio è pertanto destinato a rimanere periferico, subconscio, e senza operazioni come quella messa in atto dall’artista rischierebbe di tagliato fuori dalla narrazione ufficiale di questi eventi storici e cancellato dalla memoria collettiva.

Il pannello di vetro traslucido, posto su una parete nera, rivela la forma latente di un triangolo nero, all’interno del quale l’osservatore può vedere il proprio volto specchiato, a simboleggiare l’identità individuale di queste vittime dimenticate che riemerge dall’oblio. L’installazione è accompagnata dal suono di spari di fucile, saluto onorario dell’esercito polacco per commemorare i martiri nelle cerimonie nazionali, preso in prestito dall’artista per onorare queste vittime.

Manca Bajec

1982 / Ljubljana / Slovenia

Witness corner marked

Installazione sonora con palloncini argentati / 2016

Manca Bajec è un’artista, scrittrice e curatrice il cui lavoro interdisciplinare si concentra particolarmente sulla questione della memoria, dei monumenti bellici, della commemorazione pubblica e del revisionismo storico legato alle guerre.

L’opera in mostra prende le mosse dal ritrovamento da parte dell’artista del diario di una sua prozia sopravvissuta all’esperienza del campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. L’installazione, composta da palloncini argentati che galleggiano nello spazio, costituisce un monumento effimero “parlante”, che diffonde le testimonianze orali, invisibili e intangibili, relative a diversi conflitti della storia recente, raccolte dall’artista.

Discostandosi con i suoi globi argentati dall’estetica tradizionale dei memoriali di guerra, Manca Bajec dà forma a un vero e proprio “anti-monumento” transitorio e fluttuante, che si fa cassa di risonanza per non una, ma tante guerre, con le voci registrate di sopravvissuti all’olocausto e di persone che hanno vissuto in zone di conflitto come la ex Jugoslavia e l’Iraq.

Lesia Pchelka and Vasilisa Palanina

1989 e 1986 / Minsk / Bielorussia

Fertile Soil

Installazione video, 6’ / 2017

L’azione delle artiste, che assieme formano il collettivo Cargo, si svolge vicino al villaggio di Drodzy, a pochi chilometri da Minsk. Lì, durante la Seconda Guerra Mondiale, gli occupanti tedeschi istituirono un campo di concentramento che detenne 100mila prigionieri di guerra e 40mila civili di età compresa tra i 15 e i 50 anni. Questo territorio divenne tomba di massa per più di 10 mila persone, ancora sepolte nel terreno, oggi riconvertito per scopi agricoli.
Pochi, oggi, conoscono la storia di questo luogo come campo di concentramento, di cui il collettivo ha potuto ritrovare la posizione tramite un’accurata di fotografie d’archivio risalenti al 1941.
Nella loro performance le artiste piantano sul campo delle croci, in seguito bagnate con dell’acqua, per coltivare simbolicamente la memoria della tragedia umana. Con la loro azione restituiscono al luogo il suo valore commemorativo e riconoscono le vittime che vi sono sepolte, puntando allo stesso tempo l’attenzione sulla pericolosa cancellazione della memoria degli eventi della storia, inclusa la più recente.

Opere in mostra

REGIMI TOTALITARI IN EUROPA E NEL MONDO

Jason File

1976 / USA

The Hole Truth

Collage e acrilico su tela / 2015

Jason File è un artista e avvocato internazionale, ex procuratore per i crimini di guerra delle Nazioni Unite. Al centro delle opere in formato A4 che compongono la serie “The Hole Truth” si trova un singolo pezzo di carta circolare, scarto di perforazione derivante dall’operazione di foratura dei documenti contenti le prove presentate al processo dell’ICTY (Tribunale Penale Internazionale dell’ex-Jugoslavia), per archiviarli nei raccoglitori ad anelli. Ogni lavoro corrisponde quindi a uno specifico foglio che è conservato in una cartella presso il Tribunale.
In ciascuna opera, inoltre, le tele sono messe sotto tensione in un modo da indicare i luoghi dove si trovavano fosse comuni e altri punti rilevanti, come indicato sulle mappe dei siti di indagine utilizzate presso l’ICTY.
La colorazione a strisce in colori brillanti ricorda quella dei tendoni da circo: alcuni dei primi scavi di fosse comuni in Bosnia-Erzegovina si sono svolti infatti proprio sotto queste strutture, all’epoca l’unico mezzo disponibile per proteggere i siti dalle intemperie.

Marcela Avellaneda

1975 / Colombia

Vueolos Mutilados

Installazione mixed media / 2018

Attraverso materiali effimeri e organici, “Vuelos mutilados” evoca la sottile linea tra la vita e la morte. Tramite metafore poetiche e delicate, l’artista colombiana racconta il dramma della guerra e i mezzi crudeli e violenti utilizzati dai gruppi sovversivi nel suo Paese, sotto lo sguardo passivo e indifferente dello Stato.

Da decenni il popolo colombiano vive nell’incertezza di quale sarà il suo destino, con la paura di essere rapiti, reclusi in condizioni disumane e di scomparire per sempre, senza essere mai ritrovarti dai propri cari. L’opera racconta l’orrore delle fosse comuni nascoste nel territorio nazionale che, trovate man a mano, anche tramite scoperte casuali, riemergono dall’oblio.

Mircea Ciutu

1989 / Bucharest / Romania

Reeducation

Tempera e materiali misti su carta / 2018

L’artista Mircea Ciutu è stato particolarmente influenzato nella sua pratica dagli avvenimenti della sua terra natale, che tornano costanti nella sua opera. Il suo lavoro porta infatti in sé l’eco della Rivoluzione romena, una successione di eventi e di proteste che nel 1989 – anno della sua nascita – portarono al crollo del regime comunista del dittatore Ceaușescu.

Protagonisti delle sue grandi tele espressioniste sono gli homini sacri, giovani smarriti e straniati, creature senza alcun diritto e nessun dovere che vagano in attesa che qualcuno, chiunque, tolga loro anche quella l’unica cosa che ancora gli appartiene, la nuda vita. Nel diritto romano arcaico, l’homo sacer è colui che per un delitto commesso contro la divinità o la compagine dello stato veniva abbandonato alla vendetta degli dèi, ed espulso dal gruppo sociale. Nelle opere di Ciutu, questa figura è incarnata dalle vittime della tirannide e del conflitto politico.
Le tele di “Reeducation” sono pale di un altare laico che contiene in sé, allo stesso tempo, sacro e maledetto. L’uso del colore e delle forme, come intrappolate nelle paste alte, sono espressione dello stato d’animo tormentato che ha a lungo caratterizzato il suo Paese.

Opere in mostra

Un accenno di speranza

Boris Beja

1986 / Trbovlje / Slovenia

Clay Dance

Installazione / terracotta, metallo / 15 x 80 cm / 2011

L’opera di Boris Beja racchiude in sé diversi richiami culturali per veicolare un messaggio sull’importanza della memoria. I cilindri di argilla alla parete, che il pubblico può muovere e toccare con mano, sembrano richiamare i rotoli di preghiera tibetani che, se fatti girare, secondo la tradizione buddhista hanno la capacità purificare il karma, ed equivalgono a una preghiera.
Su queste forme in argilla, Beja ha inciso le immagini di una danza, che pare voler evocare nella mente dell’osservatore la celebre iconografia medievale della “danza macabra”: topos ricorrente nell’arte, riproposto da molti autori specie dopo i drammatici eventi delle guerre mondiali, rappresenta il rapporto tra la vita e la morte, ed è monito dell’incessante dello scorrere del tempo e della circolarità della storia.
Perdere la memoria è pericoloso, e preservarla per le generazioni future è un dovere. I rotoli d’argilla che Beja ha inciso si configurano quindi come un modo per lasciare una testimonianza nella materia del tempo che passa e di ciò che è stato. I cilindri appesi al muro, inoltre, sono stati utilizzati dall’artista come matrici dalle quali ha ricavato delle stampe, “documenti di memoria”; disposti al suolo.
Con la sua rappresentazione fisica e iconografica del movimento e il suo richiamo alle pratiche sacre orientali, l’opera di Beja veicola allo stesso tempo un significato di speranza e di fiducia che, nell’incessante danza della storia, la memoria del passato possa essere mantenuta sempre in vita. 

Video-tour della mostra

Appendice

La figura del dittatore

Dan Allon

1982 / Netanya / Israele

In mostra, una selezione di testimonianze fotografiche e video raccontano il processo creativo e di ricerca di 4 opere e performance concepite dall’artista israeliano Dan Allon tra il 2014 e il 2016. In “Letter to his father”, “The Shawish of section four”, “Anschluss” e “All in order Mr. General”, prendendo le mosse da esperienze di vita personali, Allon riflette su tematiche politiche e sociali di interesse globale. Dando vita a un personaggio immaginario di un dittatore – sorta di alter ego impersonato da lui stesso – induce lo spettatore a soffermarsi sulle realtà dei regimi totalitari, sui loro drastici sistemi repressivi e sulla pericolosa capacità dei leader politici carismatici di influenzare le masse.
A stimolare queste ricerche, racconta l’artista, è stata in primis l’esperienza triennale obbligatoria del servizio militare, durante la quale, pur contro la sua volontà, fu assegnato a un centro di detenzione per prigionieri politici. Il personaggio del generale-dittatore ha origine proprio in queste circostanze: nasce infatti come un gioco tra Allon e i suoi pari, dettato dall’esigenza di sdrammatizzare, tramite l’ironia, la rigida vita quotidiana nella base militare.

Durante il suo periodo di leva, in un ennesimo round di violenze tra Israele e Palestina, gli israeliani fecero prigioniere circa 10.000 persone, e per contenerle fu necessario riaprire una prigione che era chiusa da circa 12 anni, localizzata a Kzioth, in una zona estremamente isolata del Paese, vicina al confine egiziano. Nei primi 8 mesi di riapertura di questa sede, sia i prigionieri che i militari furono sistemati in grandi tende, in attesa di essere trasferiti nella vicina struttura.

Trascorsi circa 10 anni da questa esperienza, Allon ne raccoglie le suggestioni in una serie di opere e performance artistiche che uniscono, in una fusione che li rende a tratti indistinguibili, ricordi personali, famigliari, risvolti psicologici e tematiche politiche di carattere universale.

Letter to his father

Libro d’artista e installazione, spoken word performance / 2014

In “Letter to his father” – una raccolta di scritti che l’artista scrive a suo padre, letti in una performance in cui l’autore indossava la divisa di un generale militare – Allon sviluppa per la prima volta la tematica della relazione tra un prigioniero e un guardiano, che si incarna nella complicata relazione con il genitore.

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The Shawish of section four

Performance / 2014

Nella performance “The Shawish of section four”, la figura del dittatore, di cui l’artista veste i panni, è affetto dalla sindrome di Lima (che consiste nella nascita di un forte legame empatico in una persona responsabile di una forma di reclusione nei confronti della persona da lui controllata). L’azione si svolge nell’ambiente dove l’individuo trascorre la sua prigionia, una tenda militare decorata con tessuti sgargianti (ricordo vivido e personale che deriva dell’esperienza del servizio militare a Kzioth) che combina sia gli oggetti di un prigioniero che quelli di un dittatore, in una miscela surreale e straniante che interrompe ogni chiara e distinta distinzione tra le due figure, trasformando entrambi in un prigioniero e un guardiano, legati da un ambiguo rapporto emotivo.

Anschluss

Performance / 2016

In “Anschluss” (richiamo esplicito all’annessione dell’Austria alla Germania nazista avvenuta nel 1938, con l’obiettivo di formare la “Grande Germania”), Allon vive per un mese ne Nes Ammim, un villaggio nel nord di Israele, fondato e abitato da una comunità cristiana di volontari europei, dove era stato invitato dai governanti del villaggio a trascorrere una residenza d’artista. Qui, per l’intero periodo di permanenza, Allon ha vestito senza interruzione la divisa di un dittatore che, preso il comando del luogo (annesso al suo Stato immaginario) ha impartito ordini alla comunità locale, ignara di quanto stesse succedendo, in un singolare esperimento performativo e sociale.

All in order Mr General

Performance alla Caos Gallery di Venezia / 2016

L’apice delle ricerche sul tema trovano infine la loro somma in “All in Order Mr.General”, performance che Allon ha messo in scena prima a Tel Aviv (Meshuna Gallery, 2014 ) e in seguito Venezia (in un’iniziativa a cura di IoDeposito, ospitata dalla Caos Art Gallery, 2016), in cui l’artista ha vissuto per diversi giorni di fila (una settimana, nel caso di Venezia) in una cella fittizia da lui allestita all’interno degli spazi espositivi, impersonando 24 ore su 24 i panni di un immaginario generale-dittatore. Senza mai abbandonare la sua prigione e sempre sotto lo sguardo del pubblico, Allon, vestendo rigorosamente con una divisa dittatoriale di rappresentanza, ha portato avanti la routine quotidiana di questo da lui definito “dittatore del niente” (“dictator of nowhere”), che ha potere oramai solamente sulla sua persona.
Così recluso, il carnefice per eccellenza è anche allo stesso tempo vittima. La cella, dotata di pochi elementi – un giaciglio, una televisione – è stata allestita dall’artista ispirandosi a quanto osservato nella sua esperienza a contatto con i luoghi di detenzione. I riferimenti estetici della sua performance “All in Order Mr.General”, prendono infatti le mosse dall’osservazione diretta e prolungata dei luoghi di reclusione osservati durante il servizio militare: Allon era rimasto colpito dalla tendenza dei prigionieri a costruirsi un “habitat”, a riprodurre ovvero, anche in uno spazio angusto ed ostile, una sorta di piccola casa, per sopportare la lontananza della propria.

L’immagine del personaggio messo in scena è altrettanto studiata: il suo vestiario deriva infatti dalle ricerche condotte dall’artista sull’abbigliamento di figure politiche dittatoriali carismatiche del passato recente, come Idi Amin Dada (Uganda) e Mu’ammar Gheddafi (Libia).  

Rifacendosi a testimonianze iconografiche e a documentari dell’epoca, Allon ha notato come, in aggiunta alla divisa del potere, queste personalità pubbliche dall’ego pronunciato fossero solite a indossare dei dettagli eccentrici, come ad esempio dei foulard vistosi, che li rendevano estremamente riconoscibili.

Con questa performance, Dan Allon riflette sul tema della repressione politica, uno dei principali strumenti per mantenere il dominio da parte coloro che sono al comando. Consapevole del rapporto tutt’altro che paritario tra i deboli e i potenti nelle società in guerra, l’artista mette in luce il complesso rapporto tra mondo militare e mondo civile, troppo spesso caratterizzato da ingiustizie. La performance porta inoltre sotto i riflettori la questione dell’ambivalenza della storia, e si costituisce come un sottile monito della possibilità che le sorti di quest’ultima vengano ribaltate improvvisamente, mutando le sorti di vincitori e vinti.

Alcuni spezzoni del film documentario “General Idi Amin Dada. A Self Portrait” del 1974, dedicato al leader politico dell’Uganda, una delle testimonianze video che Dan Allon ha analizzato per osservare la figura dittatoriale nei suoi comportamenti e nella sua immagine.
CREDITS

fotografie e video della mostra Mattia Carrer
immagine copertina: Michał Ziętek
fotografie Reeducation : Mircea Ciutu

GLI ARTISTI
Sylvia Griffin sylviagriffin.com.au
Vasilisa Palianina www.vasilisapalianina.com
Jason File www.jasonfile.com
Mircea Ciutu www.instagram.com/mircea.ciutu/
Boris Beja borisbeja.eu
Dan Allon www.danallon.com

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